La gravidanza, nonostante rappresenti un evento felice nella vita di una donna, è spesso e purtroppo accompagnata da numerose paure, tra le quali una delle più comuni, è quella di complicazioni, dolore o traumi fisici durante il parto.

Questo problema, conosciuto anche con il nome di «tocofobia» (da «tocos», che in greco significa parto), fu descritto molto bene, nel 1958, dal Dottor Luis Victor Marcé nel suo «Trattato sulla follia delle donne incinta, delle puerpere e delle nutrici», come una vera e propria forma di fobia depressiva, in qualche modo legata, all’epoca, al rischio reale che la donna correva nel dare alla luce un figlio. Fino all’inizio del ventesimo secolo infatti, il tasso di mortalità delle partorienti era ancora molto elevato.

Ai giorni nostri, malgrado i progressi della medicina, grazie ai quali la mortalità materna è fortemente diminuita nei paesi occidentali, questa paura continua a persistere. Alcune donne ne sono così angosciate da evitare di restare incinte, o addirittura da interrompere una gravidanza nonostante un sincero desiderio di maternità, altre, per cercare di superarla, mettono in atto alcuni «copioni comportamentali», o «tentate soluzioni», che purtroppo, invece di risolvere il problema, rischiano di incrementarlo ulteriormente, rendendo la paura ancora più pervasiva e invalidante. Vediamone insieme alcuni esempi.

Per cercare di controllare una realtà del tutto inedita, molte gestanti sentono innanzitutto l’esigenza di documentarsi, consultando Internet o leggendo libri specialistici, ma quella che potrebbe essere una tendenza positiva, perché agita allo scopo di proteggere se stesse e il proprio bambino, se esasperata, rischia di amplificare l’ossessione.

Le future mamme si troveranno infatti, in breve tempo, a trascorrere alla ricerca di notizie la maggior parte della loro giornata, invalidando completamente la loro vita e, mano a mano che la quantità di materiale a disposizione aumenterà, i loro dubbi si moltiplicheranno, lasciando emergere la spaventosa consapevolezza di quanto ci possa essere ancora da sapere. La ricerca allora, potrebbe non finire mai.

Una seconda tentata soluzione che la donna incinta potrebbe mettere in atto, per ricevere pareri rassicuranti, è quella di confrontarsi con altre persone, in particolare il medico, i parenti o altre mamme. Anche questa modalità di affrontare il problema tuttavia, si trasforma nel tempo in una trappola, poiché, oltre a non tener conto della soggettività con la quale ciascuno di noi vive le proprie esperienze, compreso il dolore, contribuisce a far aumentare la paura, invece che a ridurla.

Parlare delle proprie preoccupazioni diventa, per utilizzare un’immagine metaforica, «come innaffiare con un fertilizzante speciale una pianta, facendola crescere a dismisura», inoltre, dal confronto con gli altri, potrebbero sporgere continuamente nuovi interrogativi e nuove curiosità, rendendo, anche in questo caso, la richiesta di rassicurazioni interminabile.

Infine, un’altra modalità comportamentale, utilizzata dalle future mamme per gestire la paura del parto, è quella di cercare di tranquillizzarsi, tentando di rispondere in maniera positiva ai propri dubbi mentali. Quello che accade però, è che per alcune domande, come ad esempio: «Quanto sarà intenso il dolore?», «Riuscirò a sopravvivere alle doglie?», «Durerà a lungo il travaglio?» ecc., non sia possibile, ahimè, trovare delle risposte che siano assolutamente certe e dimostrabili. Il rischio allora, è quello di perdersi in continui ragionamenti, fino a crearsi dei veri e propri «labirinti mentali», proprio nel tentativo di rassicurarsi e di cercare di semplificarsi la vita!

Attraverso i comportamenti che ho descritto, la paura del parto si alimenta fino a diventare patologica, una vera e propria forma di fissazione ossessiva.

In tutti questi casi, è necessario intervenire, fornendo alle future mamme delle soluzioni più efficaci per affrontare il problema che, in Terapia Breve Strategica, sono rappresentate da alcune manovre terapeutiche:

·  La congiura del silenzio: si prescrive alla gestante di evitare di parlare del suo problema o di cercare, attraverso il confronto con gli altri rassicurazioni riguardo alla sua paura, spiegando come questo comportamento, agito al fine di trovare sollievo e conforto, conduca in realtà all’aggravamento dell’ossessione e dei suoi effetti sintomatici.

·  Il blocco delle risposte: si sostituisce al «dubbio patologico» il «dubbio terapeutico», spiegando alla persona come, ogni qual volta cercherà di rispondere «in maniera intelligente ad una domanda stupida», finirà per alimentare i suoi dubbi e le sue fissazioni. In altre parole, la si inviterà non tanto a tentare di porre un freno ai suoi interrogativi, ma a cercare di bloccare le sue risposte, poiché ogni qual volta proverà a formularle, finirà inevitabilmente per incrementare le sue domande.

·  La mezz’ora di peggiore fantasia: si chiede alla donna incinta di pensare ogni giorno, per mezz’ora, a tutte le catastrofi e alle disgrazie che potrebbero insorgere durante il parto, lasciandosi andare a tutte le emozioni e alle sensazioni del momento.

L’effetto di quest’ultima prescrizione sarà assai sorprendente, poiché se la persona all’inizio riuscirà effettivamente a vivere tutte le sue paure e a stare male, realizzerà gradatamente come ciò che prima le sembrava spaventoso appaia, con il passare del tempo, sempre più tollerabile e poco temibile. Scoprirà così come il modo migliore per annullare una paura sia quello di esasperarla volontariamente.

Attraverso la messa in atto di queste semplici indicazioni, è possibile aiutare la futura mamma ad affrontare il parto in una condizione di maggiore serenità. Come dice Giorgio Nardone in uno dei suoi più famosi aforismi infatti: «Se nella mia mente io evoco un fantasma e poi scappo, questo mi inseguirà spaventandomi a morte; ma, se dopo averlo evocato non fuggo, ma lo tocco, questo svanirà» (Oltre i limiti della paura, 2000).

Articolo di Chiara Ratto, Psicologa e Psicoterapeuta

 

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