“Scusami, ma non mi sento ancora pronto!” La vita di una coppia è a volte caratterizzata da alcune difficoltà che generano profonda inquietudine e sofferenza e che, a volte, sembrano irrisolvibili.

In tali circostanze, ciò che spesso si rileva è come uno dei partner si irrigidisca in alcuni comportamenti, anche quando risulti con evidenza, nell’ambito del vivere quotidiano, che essi siano inefficaci ed inadeguati (se non addirittura dannosi!) nel tentativo di trovare delle soluzioni. Eccone un esempio.

Anna e Giorgio sono una coppia molto affiatata e ormai decisamente «collaudata». Vivono insieme da tre anni, si amano e si considerano perfettamente realizzati dal punto di vista lavorativo. Lei è impiegata in uno studio di commercialisti, lui è un avvocato affermato e di successo, al culmine della propria carriera professionale. Hanno molti amici e condividono molti interessi e molte passioni: il cinema, i viaggi, le gite in moto fuori città.

Anna è una donna di trentacinque anni e prova, come molto spesso capita alle donne della sua età, un profondo desiderio di maternità. Vive il trascorrere del tempo con ansia e trepidazione e teme di non riuscire a sentirsi mai completamente realizzata, come donna, se non riuscirà ad avere un figlio. Giorgio invece, non sembra non avere nessuna fretta e afferma di «non sentirsi ancora pronto» a diventare padre.

Quando, come in questo caso, la decisione di avere un figlio non è condivisa e non arriva come naturale coronamento dell’amore tra i partner, può trasformarsi in un vero e proprio motivo di crisi per la coppia. Anna infatti, sentendosi amareggiata e profondamente insoddisfatta per la mancanza di sintonia con Giorgio, potrebbe iniziare a lamentarsi, a recriminare e a porre il partner di fronte ad un’incessante richiesta di spiegazioni e di conferme del tipo: «Perché non vuoi avere un figlio con me?», «Pensi che non sarei capace di essere un buon padre/una buona madre?», «Pensi che io non sia la persona giusta per te? Non mi ami abbastanza?» ecc.

In genere, chi pone queste domande si sente insicuro all’interno della relazione e tenta inutilmente di discutere e di analizzare, a livello razionale, sentimenti ed emozioni, cosa che oltre ad essere irrealizzabile, impoverisce il legame con l’altro e lo fa sentire continuamente inquisito e condannato. Questo tipo di comunicazione poi, diventa estremamente inefficace e disfunzionale poiché produce avversione: chi continua a chiedere conferme infatti, diventa col tempo molto seccante e sgradevole, al punto tale da rendersi così poco desiderabile da spingere l’altra persona al rifiuto emotivo, che può portare a un freddo distacco, se non addirittura alla rottura del rapporto.

In molti casi inoltre, per utilizzare un linguaggio metaforico, si crea tra i due partner qualcosa di molto simile al gioco del «tiro alla fune»: più uno tira da una parte, tanto più l’altro tirerà con forza nella direzione contraria, in un’estenuante battaglia dove però non esisterà alla fine un vincitore o un perdente (come in quelli che sono stati definiti «giochi a somma zero»), ma si vincerà o si perderà entrambi («giochi a somma diversa da zero»).

Il logico Wittgenstein diceva: «Le parole sono come pallottole» e, proprio per questo, bisognerebbe farne un uso molto accurato. Quanto più il rapporto con l’altro è intimo e profondo infatti, come nel caso di Anna e Giorgio, tanto più diventa necessario saper modulare la propria comunicazione, al fine di non provocare effetti negativi sulla relazione che si vorrebbe salvaguardare, ma anche e soprattutto, di riuscire a raggiungere in maniera più agevole i propri scopi.

Una donna, o un uomo, desiderosi di avere dei figli quindi, non dovrebbero utilizzare delle richieste troppo dirette nei confronti del partner, con l’idea di metterlo finalmente «con le spalle al muro», ma cercare, in modo molto sottile, di persuaderlo, ad esempio evocando in lui delle sensazioni positive relative alla genitorialità e facendogli sentire quanto sarebbe entusiasmante la presenza di qualcuno in cui potersi rispecchiare: «Che gioia sarebbe crescere insieme un figlio, vederlo cambiare giorno dopo giorno, iniziare a parlare, a camminare ecc.»

Il desiderio è una condizione talmente personale nell’individuo che non può essere provocata, ma può essere certamente, in qualche modo, stimolata. Tornando al caso precedente quindi, Anna dovrebbe tenere a mente che quando Giorgio dice di non sentirsi pronto ad avere dei figli, non significa necessariamente che non la ami e non è mai funzionale pertanto, mettere in discussione i sentimenti o la qualità della relazione. Semplicemente, Giorgio non possiede le sue stesse aspirazioni o non le vive con la sua stessa intensità ed urgenza, ma una volta condotto in maniera «soft» a cambiare le proprie sensazioni, potrebbe anche arrivare a condividere con lei lo stesso sogno!

Articolo di Chiara Ratto, Psicologa e Psicoterapeuta

 

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